venerdì 29 ottobre 2010

I PONTI DI MADISON COUNTY E L'ETERNO DILEMMA

Qualche sera fa ho fatto le due di notte per vedere questo film e sono andata a letto inquieta, ancora intrisa del senso di tristezza e di inesorabilità che mi ha trasmesso. Mi è riaffiorata alla mente un'immagine della prof di italiano del liceo che parlava di "rassicurante tranquillità amorosa" contrapponendola all' "emozione dell'amore" e me lo ricordo ancora perchè in quel momento mi sono sentita inequivocabilmente chiamata in causa, io paladina della "logica dell'emozione".
Probabilmente è proprio una questione di temperamento, di natura; ci sono donne che sognano da sempre l'abito bianco  così come uomini che non vedono l'ora di "sistemarsi per la vita": a me tutto ciò ha sempre messo ansia, non mi vengono in mente altre definizioni più calzanti!

Vedere "I ponti di Madison County" ha fatto riemergere questi sentimenti latenti: a un certo punto Francesca  - Meryl Streep dice che quello che lei e Robert  - Clint Eastwood avevano avuto nei loro quattro indimenticabili giorni di passione non sarebbe potuto continuare se fossero rimasti insieme, mentre quello che lei e  il marito Richard avevano creato in anni di vita comune sarebbe svanito se si fossero separati. Da una parte un amore che rimane tale, travolgente e unico, splendente come un diamante, proprio perchè non contaminato dalla quotidianità, non vissuto appieno e quindi con tutta la luce del suo poter-essere, contrapposto ad un amore la cui essenza è proprio la quotidianità, la condivisione, il tempo passato insieme e che tuttavia svanirebbe se venissero meno questi presupposti.

Tutto ciò accadeva nell'Iowa del 1965, dove una donna adultera era considerata una criminale e messa ai margini della comunità, dove i ruoli erano ben definiti e l'uomo che si offriva di aiutare in cucina era un'eccezione alla regola.  Dove non c'erano i telefoni cellulari, Facebook e tutti i mille altri input che ci distraggono e ci attraggono e che ormai non permettono quasi più queste separazioni drastiche.

Abbiamo perso il senso del definitivo: tutto è sempre lì a portata di mano, reversibile, e non è propriamente un bene perchè almeno negli anni '60 questa irreversibilità aiutava a seguire delle strade nette. Oggi se la chiarezza non ce la imponiamo in prima persona, non sarà certo il mondo a darcela: le scelte, le opportunità sono così tante e tutte lì a tentarci da ogni parte.

Quello che ho amato di questo film è la potenza delle contraddizioni in Francesca, che si trova per caso travolta da  questa passione, sceglie di viverla nonostante tutto e tutti e poi si prende la responsabilità di accettarne l'ambiguità, lascia esplodere i suoi dubbi mostrando le sue fragilità e i contrasti interiori; perchè sa benissimo che non lascerebbe suo marito ma allo stesso tempo non accetta che Robert riesca a farsi scivolare addosso tutto quello che hanno vissuto insieme, per poi tornarsene tranquillamente a girare il mondo - tanto lui non ha bisogno di nessuno, vuole bene a tutti e il mondo è la sua casa.

Francesca si sfoga con Robert utilizzando parole che mi hanno colpito: "Non è umano non  sentirsi mai soli e non è umano non aver mai paura, sei un ipocrita e un impostore!". Lei vuole sapere la verità, perchè non può far finta che non sia successo niente o che quello che è stato le basti solo perchè tra loro è destinata a finire. E allora fa emergere anche la fragilità di Robert, che nonostante professi di non avere bisogno di nessuno si rende conto che tutto ciò che ha fatto nella sua vita è stato un percorso finalizzato a portarlo da lei. E tutto è così inesorabile...

Probabilmente nell'era della connessione globale una cosa del genere potrebbe apparire meno  drammatica ma a pensarci bene lo è altrettanto, perchè certe scelte non ammettono ripensamenti, certe cose si sentono una volta sola nella vita e allora o prendi quel treno o rimani in banchina. Magari negli anni '60 potevi non sapere dove quel treno avrebbe portato e allora per tutta la vita avresti avuto il rimpianto di non averlo preso e il pensiero di tutti i luoghi fantastici che ti eri persa. Adesso bene o male puoi sapere che strada farà quel treno, conosci le fermate, se accendi la tv puoi sentire i viaggiatori che si lamentano per il caldo e i ritardi  e allora magari quel viaggio ti appare in una dimensione meno onirica.

Ma sto divagando... L'eterno dilemma della mia prof del liceo si ripropone sempre, perchè sempre, nella vita di uomini e donne, l'amore sarà multiforme, avrà incarnazioni diverse e diverse intensità, ma  comunque implicherà la scelta e la responsabilità di cosa è meglio per noi ora, consapevoli che quello che può farci star bene adesso magari lo malediremo domani e potrà precluderci qualcosa che potrebbe farci star meglio più a lungo.

E allora mi viene in mente una frase di Katarina Michel che la dice lunga su quanto le cose siano dure, anche se non siamo più negli anni '60: "Oggi la sfida della donna del mondo occidentale è di tenere in piedi relazioni con diversi uomini senza essere nè moralmente riprovevole, nè socialmente sconveniente. Sulle modalità e sul rapporto vicinanza/distanza gli individui coinvolti hanno la responsabilità di definirsi autonomamente."

1 commento:

  1. L'ho visto anche io oggi. Seguendo la fede, mi potrei domandare: e se Dio mi punirà per essere stata adultera e per aver lasciato la famiglia?Ti sembrerò una bigotta...D'altra parte, oltre al fatto che è vero che si farà soffrire i figli e il marito (ma un vero marito gradirebbe avere una che pensa a un altro?), è giusto che una donna rinunci ad un sentimento che ha provato una sola volta nella vita, che l'ha fatta sentire così diversa dal solito ma anche per la prima volta se stessa?
    Rossana

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